21.3.11

Perché scriviamo della morte

Meghan O'Rourke
di una persona cara? Recentemente sono usciti due scritti che seguono passo passo la morte di una persona che ci è vicina: Joyce Carol Oates, A Widow's Story, sulla morte del marito Raymond Smith, (uscito presso Ecco a metà di febbraio), e Meghan O'Rourke, The Long Goodbye (Riverhead), sulla morte della madre. Il libro di Oates è stato molto recensito. Non ne ho parlato perché ne avevo letto un'anticipazione sul New Yorker e l'avevo trovata poco interessante - meccanica e fredda. Il memoriale di O'Rourke uscirà ad aprile, ma l'anticipazione sul New Yorker mi è parsa molto intensa, commovente e forte (e c'è una bellissima fota della madre della poetessa a cavallo). Le due scrittrici si sono confrontate sull'argomento recentemente sul New York Times. O'Rourke, "As her disease progressed, I found myself writing down all the experiences we had - the day she got giddily high on morphine at the doctor's office; the afternoon we talked, painfully, about her upcoming death. It helped me externalize what was happening. After she died, I kept writing - and reading - trying to understand or just get a handle on grief, which was different from what I thought it'd be. It wasn't merely sadness; I was full of nostalgia for my childhood, obsessed with my dream life and had a hard time sleeping or focusing on anything but my memories." nyt,

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